6 Marketing Trend 2020 che non possiamo ignorare

Coinvolgere e instaurare un rapporto di fiducia con i consumatori ma anche con il personale aziendale, presentandosi come fonte competente e attendibile nel proprio campo; contenuti interattivi arricchiti dall’esperienza della realtà aumentata; la crescita esponenziale di contenuti visivi e della voice search; rich snippet e featured snippet; il ruolo chiave di micro e nano influencer. Ecco i più importanti marketing trend 2020 da seguire con attenzione.

Con la velocità con cui cambiano tecnologie, piattaforme, modo di comunicare e formati a disposizione tenere il passo con le tendenze evolutive del marketing digitale è sempre una sfida.

Non è facile non farsi travolgere ma certamente un grado di consapevolezza maggiore di quello che sta succedendo e di quello che si prospetta per il futuro potrebbe aiutarci a giocare al meglio le nostre carte.

Il 2020 conferma molti dei trend individuati già negli anni scorsi, ma li arricchisce di nuove connotazioni: la situazione che si è venuta a creare in questi primi mesi dell’anno e che con ogni probabilità ci accompagnerà per diverso tempo contribuirà a dare un nuovo significato ai concetti di coinvolgimento, fiducia nel brand, reputazione online, competenza e autorevolezza, influenzando il modo di approcciarsi al digitale e di interagire sia delle persone sia dei brand. Un processo già in atto.

#1 Coinvolgimento diretto (e personalizzato) con contenuti interattivi

L’engagement è senza dubbio uno dei pilastri fondamentali del marketing. Da sempre i brand cercano di costruire un legame con i propri fan e consumatori, comunicando con loro e cercando di coinvolgerli per poterli convertire in clienti o per instaurare una relazione di fiducia in modo tale da favorire il passaparola.

In un mondo digitale saturo di contenuti, dove le aziende fanno a gara per farsi riconoscere, la customer experience rimane l’elemento fondamentale per instaurare un rapporto di fiducia reale, perché è attraverso essa che rispondiamo direttamente alle esigenze del nostro pubblico. Per creare un percorso organico e completo non si deve tenere conto solo della fase di acquisto, ma bisogna curare con attenzione anche tutte le interazioni con il brand e con i touchpoint (sia digitali sia fisici) e il supporto pre e post vendita. La personalizzazione del messaggio in base al comportamento e agli interessi di ognuno è la vera chiave della comunicazione del futuro. Intelligenza artificiale e marketing automation ci vengono in aiuto in questo senso.

Da notare anche che sempre più aziende hanno adottato un tone of voice online meno corporate e più informale. Un esempio è il conclamato caso Ceres, famoso brand danese di birra che ha fatto dell’ironia e dell’attenzione ai temi di attualità il proprio tratto distintivo online, generando un engagement altissimo. Tutto ciò rientra nell’umanizzazione del brand, un trend che ha saputo farsi strada negli anni e che trova sempre più riscontro online. Umanizzare un brand non significa mettere da parte la propria immagine professionale, bensì favorire un riconoscimento diretto dei valori aziendali e anche delle persone che li rappresentano. Metterci la faccia, permettere alle persone che ci seguono di vedere chi si nasconde dietro a un marchio, di assistere alla vita quotidiana in azienda, di conoscere la nostra posizione rispetto a un tema di attualità sono tutti fattori che hanno un impatto maggiore sulla memoria delle persone, promuovono empatia, a volte immedesimazione, e favoriscono quindi un legame più forte con il brand.

Il legame con il brand non è solo passivo però, passa anche dal coinvolgimento diretto delle persone. Basti pensare, infatti, che canali social come Facebook, Instagram e LinkedIN usano come metrica per stabilire la viralità di un post il numero di commenti degli utenti. Quiz, sondaggi, richieste di feedback, lancio di un hashtag brandizzato, iniziative di condivisione foto, concorsi sono solo alcuni esempi per promuovere l’interazione diretta del pubblico, che trova ampio margine di messa in pratica soprattutto sui social, appunto.

Google Shoppable Image Ads

L’interattività dei contenuti assume una connotazione ancora più importante quando si tratta di vendita di prodotti online. Instagram ha introdotto i cosiddetti shoppable posts, ovvero post dai quali gli utenti possono effettuare un acquisto diretto del prodotto, e anche Google sta implementando Shoppable Image Ads, un nuovo formato pubblicitario che offre ai marchi l’opportunità di taggare più prodotti in un’unica immagine di lifestyle.

Inoltre, sempre più brand, dall’abbigliamento, alla cosmetica fino all’arredamento, permettono attraverso la realtà aumentata di “provare” su noi stessi, direttamente dal proprio device, un determinato capo di abbigliamento, una nuance di rossetto o di arredare la nostra casa.

Non solo i consumatori: l’importanza di motivare e coinvolgere il personale

Molto spesso siamo così impegnati a ripensare a tutti i touch point del customer journey che ci dimentichiamo di una delle risorse più importanti per un’azienda: il personale.

Coinvolgere, motivare il personale e promuovere lo sviluppo di un senso di appartenenza alla cultura aziendale è uno dei principali trend 2020 nel campo del marketing e siamo certi continuerà ad esserlo per diverso tempo.

In un mondo in cui aumenta esponenzialmente la diffidenza verso le istituzioni tradizionali, il 75% delle persone indica il proprio datore di lavoro come l’istituzione di cui si fida maggiormente e uno studio di Deloitte rivela che i brand che guadagnano la fiducia dei dipendenti attraverso un impegno genuino ottengono un significativo vantaggio competitivo, maggiori quote di mercato e una crescita in media tre volte più veloce rispetto alla concorrenza.

Come fare per promuovere il senso di appartenenza del personale? Sicuramente attuando una leadership allineata a valori e cultura d’impresa, cercando di educare il proprio personale su questi punti, e favorendo iniziative e contributi che vadano oltre il semplice ruolo o grado in azienda.

Formare il personale, promuovere politiche ambientali, sociali, d’integrazione, di supporto alle famiglie, di solidarietà sono altre scelte che possono motivare il personale e stimolarne il senso di appartenenza all’azienda. Ad esempio, attraverso un post sul proprio profilo LinkedIN, una dipendente Patagonia ha pubblicamente ringraziato il marchio per le sue politiche di supporto alle famiglie. Il post è diventato virale sul social network ed è stato citato come esempio di comportamento a tutela delle madri lavoratrici da più fonti online.

In tema di responsabilità aziendale, la pandemia di Coronavirus ha sicuramente fatto emergere alcuni ottimi esempi, come il caso di Luxottica, che ha annunciato l’integrazione  della cassa integrazione dei suoi 12 mila dipendenti, tagliando al contempo fino al 50% lo stipendio di manager e direzione aziendale ed elargendo un bonus di €500 a quei lavoratori impegnati in servizi essenziali. Tutte iniziative plaudite tanto dalla stampa quanto dai dipendenti stessi, attraverso i social.

#2 EAT – Competenza, autorevolezza e attendibilità

Qualche anno fa, Google ha rilasciato le Search Quality Evaluator Guidelines ovvero delle linee guida utili per gli analizzatori di Google ma altrettanto fondamentali per chi crea contenuti online, in quanto forniscono ottimi spunti per capire cosa piace a Google e cosa no.

L’insegnamento che si può trarre da tali linee guida è che Google favorisce contenuti che siano di qualità, attendibili, scritti da persone competenti e ospitati da siti autorevoli. In altre parole, difficilmente Google riterrà attendibile un testo di medicina scritto da qualcuno che non sia un medico.

Quindi, si conferma l’importanza (già menzionata quando abbiamo visto alcune best practice SEO per favorire un migliore posizionamento sui motori di ricerca) di creare contenuti di qualità esaustivi, in grado di incontrare l’intento di ricerca degli utenti e che offrano informazioni pertinenti e in linea con le nostre competenze.

Ma il nostro obbligo non è solo nei confronti di Google, è soprattutto verso gli utenti, che devono poter contare sulla veridicità, sull’attendibilità di ciò che scriviamo e sulle competenze che abbiamo acquisito per farlo. Forniamo quindi biografie e credenziali di chi scrive, citiamo fonti attendibili, aggiorniamo i contenuti e accertiamoci di avere backlink di qualità.

#3 I contenuti visivi

Uno studio pubblicato dal MIT di Boston ha dimostrato che al cervello umano basta vedere un’immagine per soli 13 millesimi di secondo per poterla elaborare. 

Non sorprende quindi che un altro trend già citato nel 2019 trovi ulteriore conferma nel 2020: i contenuti visivi sono il futuro, in grado di adattarsi perfettamente ai cambi generazionali, di strumenti e di utilizzo che emergono con il passare del tempo.

Immagini, infografiche ma soprattutto video fanno la parte da leone nel content marketing ed è sui social media che trovano oggi la loro massima espressione.

Facebook Watch, IGTV, YouTube, per non parlare della crescita esponenziale di TikTok e delle Stories su Instagram, Facebook e WhatsApp: i contenuti video, anche brevi ma d’impatto, si confermano essere una delle forme di comunicazione preferita da brand e persone, capace di coinvolgere trasversalmente intere generazioni.

Da non sottovalutare le dirette su Instagram Live o Facebook Live, già ampiamente sfruttate da moltissimi brand e che ultimamente, complice l’isolamento a causa del Coronavirus, hanno trovato un ampio utilizzo per la condivisione di ricette, allenamenti, jam session o DJ set.  

Anche le aziende possono sfruttare questi mezzi per comunicare il proprio brand e i propri valori. L’importante è scegliere il giusto formato e la giusta piattaforma per trasmetterli: a meno che il nostro pubblico non appartenga alla Generazione Z, è meglio evitare di impiegare tempo e risorse per produrre contenuti su TikTok.

Un altro strumento che le aziende possono sfruttare è il visual storytelling, in altre parole la creazione di video-narrazioni in grado di stimolare la sfera emotiva e affettiva del nostro pubblico, e attraverso le quali è possibile comunicare in maniera efficace valori, iniziative o la storia di un’azienda.

#4 Voice search

Da quando Apple ha lanciato Siri nel 2011 la ricerca vocale ha saputo ritagliarsi un ruolo di primordine.

Google fa sapere che il 27% della popolazione mondiale utilizza la ricerca vocale sul proprio smartphone e uno studio di Comscore mostra che nel 2020 più della metà di tutti gli utenti smartphone utilizzerà la tecnologia vocale sul proprio dispositivo. E sempre secondo Google, il 62% di coloro che usano regolarmente uno smart speaker hanno dichiarato che è probabile che acquisteranno qualcosa tramite l’assistente vocale nel mese successivo. Infatti, oltre allo streaming di musica e video e alle ricerche di informazioni, il Voice Shopping sta prendendo sempre più piede tra i consumatori.

Cosa ci dicono tutti questi dati? Sicuramente che la ricerca vocale è destinata a crescere esponenzialmente e che il modo in cui comunichiamo le informazioni sul web deve adattarsi di conseguenza per fornire informazioni precise e dettagliate ad Alexa & co.

I nostri contenuti dovranno quindi essere ottimizzati anche per la ricerca vocale, attraverso l’utilizzo di parole chiave conversazionali, più vicine quindi al linguaggio colloquiale. Un altro ottimo espediente è creare una pagina di FAQ, raggruppando le domande più comuni su una stessa pagina, attraverso la quale dovremo fornire risposte esaustive e complete.

Sebbene non siano un fattore di ranking diretto, per ottimizzare il nostro sito per la ricerca vocale è importante anche utilizzare dati strutturati, tramite il markup fornito da schema.org. I dati strutturati sono meta informazioni presenti nella struttura del nostro sito che facilitino la comprensione dei contenuti ai motori di ricerca. E’ possibile testare la correttezza e la presenza di eventuali errori nei dati strutturati del nostro sito attraverso lo Strumento di test per dati strutturati di Google.

#5 Rich snippet e l’ambita posizione zero

Tutti gli accorgimenti sopraccitati, soprattutto i dati strutturati, possono favorire anche la presenza dei nostri contenuti in due ambitissime posizioni su Google, che stanno acquisendo sempre maggiore rilevanza nelle pagine dei risultati: i Rich Snippet e i Featured Snippet.

I Rich Snippet sono risultati organici arricchiti da elementi grafici e informazioni aggiuntive che attirano l’attenzione dell’utente. Ad esempio, le “stelline” per recensioni/valutazioni, il prezzo, il tempo di preparazione di una ricetta. Tutti questi dati sono letti dai motori di ricerca attraverso i dati strutturati del nostro sito e mostrati direttamente nella SERP, offrendo informazioni molto più complete all’utente.

Un esempio di Rich Snippet.

I Featured Snippet invece sono conosciuti anche come posizione zero proprio perché si collocano sopra il primo risultato organico nella SERP, in un box dedicato. In questo box di solito sono mostrati estratti della pagina del sito che contiene le informazioni più pertinenti alla domanda posta dall’utente. Molto spesso i featured snippet rispondono a richieste d’informazioni (come, cosa, quando, perché, quanto, dove), tipici anche delle ricerche vocali.

Un esempio di Featured Snippet.

Aspettiamoci un grande impegno da parte di molti per arrivare a queste posizioni. Magari potremmo anche porcelo come obiettivo, che ne dite?

#6 La salita alla ribalta di micro e nano influencer

Tutti conosciamo l’influencer marketing. Con ogni probabilità possiamo anche contarci tra le schiere di followers di qualche influencer.

A livello di brand, stiamo assistendo già da qualche tempo ad uno spostamento del focus da celebrity e macro influencer a micro e nano influencers, ovvero quelle persone che contano (generalmente) tra i 10 e 100 mila followers (i primi) e tra i 1000 e 10 mila followers i secondi.

Questa tendenza dei brand di non scegliere uno o due influencer più grandi ma di collaborare invece con più influencer di nicchia deriva dal fatto che non solo l’investimento economico è inferiore, ma anche dalla capacità di micro e nano influencer di generare un maggiore ritorno sull’investimento.

Il motivo è da ricercare nel fatto che micro e nano influencer possono generalmente contare su tassi di coinvolgimento del pubblico più elevati, dati dal contatto personale con i followers e dalla gestione diretta del proprio account, che non viene quindi delegato a terzi come spesso accade nel caso dei macro influencer e di celebrity. I micro e i nano influencers producono generalmente in prima persona contenuti e storie, e rispondono spesso a messaggi e commenti. Questo fa si che siano percepiti come “persone reali” e che i loro followers siano quindi più recettivi ai loro contenuti, anche quando si tratta di post sponsorizzati.

E tu? Cosa ne pensi di questi trend? Come affronterai questo 2020 digitale? Raccontacelo. Insieme possiamo valutare la giusta strategia per far crescere il tuo business online.

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Barbara

Dopo la laurea in Mediazione Linguistica e Culturale all'Università degli Studi di Milano, l'interesse e la curiosità verso il mondo digitale mi hanno portato a perseguire una carriera in questo campo e a conseguire un Master di Specializzazione in Digital Marketing. Oggi sono responsabile della definizione e applicazione delle strategie di marketing e comunicazione sia per EOS sia per le riviste ipcm®. Nel tempo libero viaggio, leggo molto e faccio maratone di serie tv. Paese da visitare almeno una volta nella vita: Oman. Libro da leggere tutto d'un fiato: Qualcosa sui Lehman. Serie per il prossimo binge-watching: Mindhunter.

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